La leggenda di Modì

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Non tutti gli artisti che vedo e che sento nominare ogni giorno mi suscitano qualcosa di immediato. L’approfondimento di essi però mi porta spesso a rivalutarli positivamente, perché sono convinta che non si possa giudicare un’opera senza prima conoscere il vissuto dell’artista che l’ha creata e il contesto storico in cui si trovò ad agire. Parlando personalmente, una bellissima rivelazione è stata la figura di Amedeo Modigliani. Nome conosciutissimo tanto da non necessitare di un’introduzione su chi fosse e cosa dipinse. Ecco, Modigliani è una di quelle personalità artistiche così chiaramente definite, stilisticamente parlando, da riuscire immediatamente a ricollegarlo a quei visi e colli allungati e a quegli occhi a mandorla tipici del suo stile personale.

All’interno della sua storia si fa spesso fatica a scindere quelle che sono verità e finzione. Molto è stato scritto su di lui e la sua fortuna è principalmente postuma. La sua morte precoce avvenne a Parigi nel 1920 a causa di una terribile tubercolosi che segnò tutta la durata della sua breve esistenza, morendo appunto a soli 36 anni.

Modigliani nasce a Livorno nel 1884, da padre ebreo e madre francese. Si approccia all’arte e al mondo legato ad essa fin da subito e dopo aver frequentato varie Accademie, dapprima a Firenze e poi a Venezia, decide di lasciarsi “adottare” da Parigi, trasferendosi nel 1906. A quell’epoca erano molti gli artisti che, provenienti da tutto il mondo, venivano attirati dall’avanguardia parigina. Parigi ha un’importanza fondamentale nella proposta e nella conseguente diffusione verso l’esterno di correnti e personalità artistiche che hanno segnato con decisione la storia dell’arte contemporanea, fin dai tempi dell’impressionismo.

Nei quartieri di Montmartre e Montparnasse, pittori, letterati e mercanti d’arte influenzano il panorama artistico di quel periodo. Modigliani è circondato da personalità del calibro di Picasso, protagonista principale della scena parigina, Brancusi, con cui discuterà molto di scultura, Soutine, suo grande amico di cui apprezzava molto le opere, Kisling, Max Jacob, e ancora Paul Guillaume, Jean Cocteau e molti altri. Tra di loro ci sono anche molti nomi noti italiani: Severini, Bucci, Paresce. I loro incontri avvengono, oltre che nei rispettivi studi privati, anche all’interno dei bar più popolari del momento, quali il Dome o la Rotonde. Qui, Modigliani disegna ritratti per i passanti o per i consumatori seduti ai tavolini, vendendoli per poche lire “Sono Modigliani, ebreo, cinque franchi”, oppure accadeva spesso che lasciasse da pagare la propria consumazione.

Un particolare della sua personalità molto romanzato è stato proprio quello legato all’immagine di artista bohémien, dedito ad alcool e droghe. Modigliani viene inoltre descritto da amici e conoscenti come un bell’uomo, elegante, pur nella sua miseria, orgoglioso, dal carattere irascibile, e profondamente italiano. Pare che recitasse versi della Divina Commedia di Dante e che se ne portasse sempre con sé una versione tascabile. Piaceva molto alle donne e a lui piaceva ritrarle. Dipingeva con grande libertà e con una forza che si sprigionava dal cuore, inquadrando dapprima il carattere e la psicologia della persona che aveva di fronte a sé; Dopo aver catturato l’essenza della modella/modello, allora poteva iniziare a dipingere.

La pittura non fu l’unica esperienza artistica di Modigliani. In verità, il suo grande amore fu la scultura, che dovette però abbandonare a causa della sua malattia, dal momento che le polveri provocate dalla lavorazione della pietra non aiutavano le sue condizioni di salute. Ci lavorò a più riprese, abbandonandola definitivamente negli ultimi anni della sua vita. In queste sue opere scultoree fu molto influenzato dall’arte primitiva e dai discorsi fatti con Constantin Brancusi. Interessante è inoltre il resoconto su dove egli andasse a reperire le pietre per le sue sculture; Pare infatti che Modì approfittasse del buio della notte per introdursi nei cantieri e rubarle. Non sappiamo se fosse effettivamente vero, ma sappiamo con certezza che il suo rapporto con la scultura, oltre che molto importante, fu complesso e difficoltoso.

Molto simile fu il rapporto che ebbe con Beatrice Hastings, scrittrice inglese incontrata nel 1914 e della cui produzione letteraria pare non esserci alcuna traccia. Signora borghese di un certo livello e assai lontana dal mondo di Amedeo, Beatrice lo seppe allontanare momentaneamente dalle droghe. Donna matura, colta e razionale, pareva fargli un gran bene. Ma allo stesso tempo, i loro forti caratteri furono anche la causa di litigate e violente discussioni. Erano come il giorno e la notte. Nel 1916, senza troppe spiegazioni, ella fece ritorno in Inghilterra. Fu però grazie a lei se Modigliani riprese a dipingere più che mai. Andrè Salmon nel suo testo “Vita e passione di Modigliani” scrive: “Angelo perverso e saggio demonio, Beatrice Hastings, avida di piacere, seppe comprendere l’ora di rendere il suo tumultuoso amante al suo vero destino. Lo lasciò con poche parole, brevi, senz’arte, freddissime, ma capaci di rianimare la sua fiamma vacillante: “Dipingi, ragazzo, poiché sei un pittore.”

L’Amore puro, invece, che si concede senza esitazioni, fu per Modigliani incarnato dalla sua bella Jeanne Hébuterne, di 14 anni più giovane e conosciuta all’Accademia Colarossi nel 1917. La sua ingenuità e semplicità, e il suo incondizionato amore per Modì, furono coronati l’anno seguente dalla nascita della loro figlia Jeanne. I suoi sentimenti, profondi e veri, la condussero però a un terribile destino, portandola, dopo la morte dell’amato, alla scelta di gettarsi dal balcone del quinto piano: era al nono mese di gravidanza. La piccola Jeanne nata l’anno precedente fu portata a Livorno, accudita dalla zia Margherita e dalla nonna Eugène. Jeanne Hébuterne fu il primo e ultimo amore dell’artista. “Anche se l’artista ebbe ore di violenza, sacrificò ugualmente molto della parte peggiore della sua tumultuosa natura per rendere felice Jeanne, per assaporare quella felicità insperata che la giovane donna dalla dolce espressione virginale gli aveva dato.

Modigliani nel corso del suo soggiorno parigino fece ritorno due volte a Livorno, e rimase sempre in forte contatto con la famiglia. Quest’ultima, quando egli morì, dovette inoltre fare i conti con le accuse di averlo abbandonato a sé stesso e di averlo lasciato senza un supporto economico nella capitale francese. Grazie al libro di Enzo Maiolino, “Modigliani vivo”, la loro immagine poté essere riscattata e venne posto in luce quanto la famiglia fu sempre un un punto di riferimento per l’artista.

Molte furono le storie raccontate su Modigliani e sulla sua personalità. Molti furono gli amici e coloro che supportarono la sua opera artistica, ancora prima della sua consacrazione mondiale. Fu supportato inizialmente dal medico e collezionista Paul Alexandre, poi da Paul Guillaume, e infine da quello che fu il suo ultimo mecenate Léopold Zborowski. In conclusione, vorrei sottolineare quanto il suo carattere e la sua originalità gli permisero di spiccare all’interno di una folta schiera di artisti presente in quel momento a Parigi. Modigliani fu “unico” fra tanti, e non aderì mai a nessun gruppo o movimento artistico (nonostante ebbe anche la proposta da parte di Gino Severini di aderire al futurismo). Modigliani incarnò quell’ideale di artista leggendario, tanto che ogni particolare della sua vita venne romanzato, contribuendo in tal modo a creare un’aura mitica intorno alla sua figura.

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Tra il Paradiso e l’Inferno

Sentimenti contrastanti. Sono tra il Paradiso e l’Inferno.

Tra il cuore e la ragione.

I ricordi, che portano alla nostalgia; Il guardare solo il bello di ciò che è stato e l’incolparsi di molte, troppe cose. Così facendo si torna indietro di dieci caselle. La speranza regna sovrana, d’altronde è l’ultima a morire, mentre la ragione non ha voce in capitolo: è rinchiusa in prigione e vorresti che restasse lí per tutta la durata del gioco.

Il cuore; L’illusione che tutto si risolverà.

Ma tutto ad un tratto, qualcuno (forse persino te stesso) riesce a liberare la razionalità. Con rammarico e con amarezza, ti ricordi che non è stato solo un’idillio e che c’erano anche i lati negativi, o meglio: lo è stato, un’idillio, perché in Amore si accetta il bello e il brutto, e senza pensare di “star accettando” qualcosa di brutto; Lo si fa inconsapevolmente e basta, perché dove c’è Amore c’è un volere tutto incondizionatamente.

Ma allo stesso tempo ragioni. Se qualcuno ha voluto lasciarti andare così, nel modo in cui l’ha fatto, e se è riuscito a passare sopra a tutto quanto così velocemente, allora ti viene da pensare: “Chi sono io per restare ferma qui mentre lui è già venti caselle più avanti, e probabilmente ha già cambiato anche gioco?”. Tu magari stai pensando a ciò che hai sbagliato. Per te gli esami di coscienza sono all’ordine del giorno ormai. Ma lui?

Sì, i ricordi ti tirano indietro nel meraviglioso passato, ma la ragione prova a resistere a quella botta di emotività e nostalgia che portano con sé. E finisce che sei amareggiata, perché ora sai come stanno le cose. Fai fatica ad illuderti di nuovo, perché riesci a vedere anche i lati negativi adesso. E dopo averli visti, non puoi più tornare nell’idillio dei ricordi felici e far finta che il principe azzurro non abbia difetti. Non puoi, sarebbe sbagliato.

Dove diavolo sei finita? Nel Purgatorio. Con un angelo su una spalla e un diavolo su un’altra. Sei tra due fuochi.

Sì, ma stai sicuramente andando nella direzione giusta, te lo senti. Starai anche andando più lenta rispetto a chi ti ha già “superata” da una pezzo ed è molto avanti, ma ognuno ha i suoi tempi. Una casella alla volta. E mai guardare indietro, o finiremo col diventare delle statue di sale come la moglie di Lot.

Tienimi la mano 

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Avrei dovuto immaginarlo, che tutto va e che tutto viene. Che nulla è per sempre (che frase scontata) e che anche la quercia più duratura è destinata a morire.

Avrei dovuto immaginarlo, che in questo mondo nessuno ci mette niente a toglierti il saluto e a sparire dalla tua vita. Che ormai il rispetto nei confronti dell’altro è sottovalutato quanto il sole che sorge la mattina: nessuno ci dà grande importanza, ma quando lo si vede si rimane sempre meravigliati.

Avrei dovuto immaginarlo che più dai e più ti metti a nudo in ciò che sei, e più ti rimarrà un sapore di amaro in bocca. Ed è brutto, perché quel saporaccio e quella sensazione di vuoto tra le mani, vuoto nella testa, vuoto sotto i piedi, vuoto che nessuno sembra essere in grado di colmare, anche se poi compare con meno frequenza, lo si continua a sentire ancora. E fa male.

È dura vivere nel mondo della fantasia e di colpo essere scaraventati nel mondo reale, eh? Perché quando hai qualcuno accanto che ti alleggerisce e addolcisce la vita con la sua presenza, non stai vivendo nella “vera” realtà. Non sei lucido. La percezione che hai delle cose passa inevitabilmente attraverso ciò che senti nel cuore. E il cuore è tutto fuorché razionale. Distorce ciò che ti circonda, e ti fa girare come uno stupido con indosso un paio di occhiali rosa a forma di cuore.

Quando poi, il cuore viene ferito, perché il cuore è ingenuo e sprovveduto, le facoltà percettive passano al cervello e tutto si fa più razionale. Pian piano quel manto accogliente che ti avvolgeva e riscaldava dal freddo dell’inverno inizia a scivolare via, e inizi a percepire il gelo della realtà circostante. Non porti più quei bellissimi, e maledetti, occhiali rosa. Capisci che tutto a questo mondo è una ridicola barzelletta, e tu devi “solo” imparare a ridere se non vuoi passare il resto dei tuoi giorni a piangere per quell’incomprensibile scherzo che è la vita.

Ridi per non piangere insomma.

Sì, ma come fare? Come fare ad abituarsi a continui mutamenti? Le persone cambiano, e va bene; Va bene crescere, va bene cambiare opinione sulle cose, ma perché di conseguenza deve cambiare anche il rapporto tra due persone che hanno detto di Amarsi? Perché quelle persone non possono cambiare insieme? Perché in questo lungo percorso, che è già abbastanza difficile di per sé, bisogna in continuazione lasciarsi la mano e dividersi in un bivio?

Se ne incontreranno molte di mani.

Tenersi per mano e passeggiare, tenersi per mano e stringersi forte, tenersi per mano e amarsi, gioire, soffrire, vivere. Le mani…che belle. Tutto passa attraverso le mani. Alcune ci prenderanno alla sprovvista, altre ci afferreranno con una forza mai percepita prima, altre le sentiremo scivolare via lentamente, da alcune non vorremmo più separarcene, ma sappiamo, che prima o poi, le perderemo.

Tutto finisce.

Ma in questo continuo evolversi che sembra non avere mai fine, io voglio solo imbattermi in una mano che non mi lasci mai.