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Un percorso conoscitivo

Questo è l’estratto dell’articolo.

Oggi intraprendo un nuovo percorso, un nuovo impegno da mantenere. Non sono molto costante in ciò che faccio, lo ammetto, ma in quelle (non troppe) cose che fino a questo momento hanno suscitato il mio interesse, la mia curiosità, o che comunque hanno smosso dentro di me dei macigni che sembravano insormontabili, penso di aver dimostrato una perseveranza che non riscontro tutti i giorni nelle mie attitudini personali. I’m lazy. Se però qualcosa ti colpisce, se qualcosa ti interessa veramente, allora fai di tutto per portarla avanti, e non importa quanto il percorso possa essere tortuoso; volere è potere. Questa è una di quelle citazioni talmente trite e ritrite, che a volte sfiora la banalità. Ma non esiste frase sulla faccia della terra che sia più vera. Ma com’è che possiamo arrivare a trovare qualcosa che richiami il nostro interesse? Non intendo, però, un interesse che sia fuggevole, bensì un interesse viscerale e profondo che ci spinga a trovare il nostro posto nel mondo. In un periodo storico in cui apparentemente abbiamo tutto, io mi sento di avere ben poco. Mi sento piena di confusione, di distrazioni e attraversata costantemente da una sensazione di spaesamento. Siamo pieni di abbagli e con poca sostanza tra le mani. Con un cuore che strabocca di speranza e di amore, di fiducia e di sogni, la nostra testa viaggia costantemente in balia del pessimismo. Da oggi, con questo nuovo “inizio”, voglio provare a mettere a nudo la mia parte nascosta, per provare a capire veramente chi sono, cosa voglio e dove voglio andare. Cercare di capirsi in profondità è una delle cose più difficili da fare, ma tenterò di tracciare un percorso che possa essere chiaro, per me prima di tutto. Perchè capita che troppo spesso mettiamo “altri/o” di fronte a noi stessi e finiamo col perderci momentaneamente. Attraverso i miei interessi, le mie passioni, e alcune riflessioni personali, cercherò di ritrovare la strada e di uscire finalmente da quella nebbia che da un po’ di tempo mi avvolge. Forse posso aspirare anche io al raggiungimento del “Paradiso” dantesco, anche se questa volta Dante e Virgilio saranno un’unica persona; infatti sarò io stessa ad aiutarmi a trovare chi sono. Sarò Dante, e allo stesso tempo sarò Virgilio.

La leggenda di Modì

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Non tutti gli artisti che vedo e che sento nominare ogni giorno mi suscitano qualcosa di immediato. L’approfondimento di essi però mi porta spesso a rivalutarli positivamente, perché sono convinta che non si possa giudicare un’opera senza prima conoscere il vissuto dell’artista che l’ha creata e il contesto storico in cui si trovò ad agire. Parlando personalmente, una bellissima rivelazione è stata la figura di Amedeo Modigliani. Nome conosciutissimo tanto da non necessitare di un’introduzione su chi fosse e cosa dipinse. Ecco, Modigliani è una di quelle personalità artistiche così chiaramente definite, stilisticamente parlando, da riuscire immediatamente a ricollegarlo a quei visi e colli allungati e a quegli occhi a mandorla tipici del suo stile personale.

All’interno della sua storia si fa spesso fatica a scindere quelle che sono verità e finzione. Molto è stato scritto su di lui e la sua fortuna è principalmente postuma. La sua morte precoce avvenne a Parigi nel 1920 a causa di una terribile tubercolosi che segnò tutta la durata della sua breve esistenza, morendo appunto a soli 36 anni.

Modigliani nasce a Livorno nel 1884, da padre ebreo e madre francese. Si approccia all’arte e al mondo legato ad essa fin da subito e dopo aver frequentato varie Accademie, dapprima a Firenze e poi a Venezia, decide di lasciarsi “adottare” da Parigi, trasferendosi nel 1906. A quell’epoca erano molti gli artisti che, provenienti da tutto il mondo, venivano attirati dall’avanguardia parigina. Parigi ha un’importanza fondamentale nella proposta e nella conseguente diffusione verso l’esterno di correnti e personalità artistiche che hanno segnato con decisione la storia dell’arte contemporanea, fin dai tempi dell’impressionismo.

Nei quartieri di Montmartre e Montparnasse, pittori, letterati e mercanti d’arte influenzano il panorama artistico di quel periodo. Modigliani è circondato da personalità del calibro di Picasso, protagonista principale della scena parigina, Brancusi, con cui discuterà molto di scultura, Soutine, suo grande amico di cui apprezzava molto le opere, Kisling, Max Jacob, e ancora Paul Guillaume, Jean Cocteau e molti altri. Tra di loro ci sono anche molti nomi noti italiani: Severini, Bucci, Paresce. I loro incontri avvengono, oltre che nei rispettivi studi privati, anche all’interno dei bar più popolari del momento, quali il Dome o la Rotonde. Qui, Modigliani disegna ritratti per i passanti o per i consumatori seduti ai tavolini, vendendoli per poche lire “Sono Modigliani, ebreo, cinque franchi”, oppure accadeva spesso che lasciasse da pagare la propria consumazione.

Un particolare della sua personalità molto romanzato è stato proprio quello legato all’immagine di artista bohémien, dedito ad alcool e droghe. Modigliani viene inoltre descritto da amici e conoscenti come un bell’uomo, elegante, pur nella sua miseria, orgoglioso, dal carattere irascibile, e profondamente italiano. Pare che recitasse versi della Divina Commedia di Dante e che se ne portasse sempre con sé una versione tascabile. Piaceva molto alle donne e a lui piaceva ritrarle. Dipingeva con grande libertà e con una forza che si sprigionava dal cuore, inquadrando dapprima il carattere e la psicologia della persona che aveva di fronte a sé; Dopo aver catturato l’essenza della modella/modello, allora poteva iniziare a dipingere.

La pittura non fu l’unica esperienza artistica di Modigliani. In verità, il suo grande amore fu la scultura, che dovette però abbandonare a causa della sua malattia, dal momento che le polveri provocate dalla lavorazione della pietra non aiutavano le sue condizioni di salute. Ci lavorò a più riprese, abbandonandola definitivamente negli ultimi anni della sua vita. In queste sue opere scultoree fu molto influenzato dall’arte primitiva e dai discorsi fatti con Constantin Brancusi. Interessante è inoltre il resoconto su dove egli andasse a reperire le pietre per le sue sculture; Pare infatti che Modì approfittasse del buio della notte per introdursi nei cantieri e rubarle. Non sappiamo se fosse effettivamente vero, ma sappiamo con certezza che il suo rapporto con la scultura, oltre che molto importante, fu complesso e difficoltoso.

Molto simile fu il rapporto che ebbe con Beatrice Hastings, scrittrice inglese incontrata nel 1914 e della cui produzione letteraria pare non esserci alcuna traccia. Signora borghese di un certo livello e assai lontana dal mondo di Amedeo, Beatrice lo seppe allontanare momentaneamente dalle droghe. Donna matura, colta e razionale, pareva fargli un gran bene. Ma allo stesso tempo, i loro forti caratteri furono anche la causa di litigate e violente discussioni. Erano come il giorno e la notte. Nel 1916, senza troppe spiegazioni, ella fece ritorno in Inghilterra. Fu però grazie a lei se Modigliani riprese a dipingere più che mai. Andrè Salmon nel suo testo “Vita e passione di Modigliani” scrive: “Angelo perverso e saggio demonio, Beatrice Hastings, avida di piacere, seppe comprendere l’ora di rendere il suo tumultuoso amante al suo vero destino. Lo lasciò con poche parole, brevi, senz’arte, freddissime, ma capaci di rianimare la sua fiamma vacillante: “Dipingi, ragazzo, poiché sei un pittore.”

L’Amore puro, invece, che si concede senza esitazioni, fu per Modigliani incarnato dalla sua bella Jeanne Hébuterne, di 14 anni più giovane e conosciuta all’Accademia Colarossi nel 1917. La sua ingenuità e semplicità, e il suo incondizionato amore per Modì, furono coronati l’anno seguente dalla nascita della loro figlia Jeanne. I suoi sentimenti, profondi e veri, la condussero però a un terribile destino, portandola, dopo la morte dell’amato, alla scelta di gettarsi dal balcone del quinto piano: era al nono mese di gravidanza. La piccola Jeanne nata l’anno precedente fu portata a Livorno, accudita dalla zia Margherita e dalla nonna Eugène. Jeanne Hébuterne fu il primo e ultimo amore dell’artista. “Anche se l’artista ebbe ore di violenza, sacrificò ugualmente molto della parte peggiore della sua tumultuosa natura per rendere felice Jeanne, per assaporare quella felicità insperata che la giovane donna dalla dolce espressione virginale gli aveva dato.

Modigliani nel corso del suo soggiorno parigino fece ritorno due volte a Livorno, e rimase sempre in forte contatto con la famiglia. Quest’ultima, quando egli morì, dovette inoltre fare i conti con le accuse di averlo abbandonato a sé stesso e di averlo lasciato senza un supporto economico nella capitale francese. Grazie al libro di Enzo Maiolino, “Modigliani vivo”, la loro immagine poté essere riscattata e venne posto in luce quanto la famiglia fu sempre un un punto di riferimento per l’artista.

Molte furono le storie raccontate su Modigliani e sulla sua personalità. Molti furono gli amici e coloro che supportarono la sua opera artistica, ancora prima della sua consacrazione mondiale. Fu supportato inizialmente dal medico e collezionista Paul Alexandre, poi da Paul Guillaume, e infine da quello che fu il suo ultimo mecenate Léopold Zborowski. In conclusione, vorrei sottolineare quanto il suo carattere e la sua originalità gli permisero di spiccare all’interno di una folta schiera di artisti presente in quel momento a Parigi. Modigliani fu “unico” fra tanti, e non aderì mai a nessun gruppo o movimento artistico (nonostante ebbe anche la proposta da parte di Gino Severini di aderire al futurismo). Modigliani incarnò quell’ideale di artista leggendario, tanto che ogni particolare della sua vita venne romanzato, contribuendo in tal modo a creare un’aura mitica intorno alla sua figura.

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Tra il Paradiso e l’Inferno

Sentimenti contrastanti. Sono tra il Paradiso e l’Inferno.

Tra il cuore e la ragione.

I ricordi, che portano alla nostalgia; Il guardare solo il bello di ciò che è stato e l’incolparsi di molte, troppe cose. Così facendo si torna indietro di dieci caselle. La speranza regna sovrana, d’altronde è l’ultima a morire, mentre la ragione non ha voce in capitolo: è rinchiusa in prigione e vorresti che restasse lí per tutta la durata del gioco.

Il cuore; L’illusione che tutto si risolverà.

Ma tutto ad un tratto, qualcuno (forse persino te stesso) riesce a liberare la razionalità. Con rammarico e con amarezza, ti ricordi che non è stato solo un’idillio e che c’erano anche i lati negativi, o meglio: lo è stato, un’idillio, perché in Amore si accetta il bello e il brutto, e senza pensare di “star accettando” qualcosa di brutto; Lo si fa inconsapevolmente e basta, perché dove c’è Amore c’è un volere tutto incondizionatamente.

Ma allo stesso tempo ragioni. Se qualcuno ha voluto lasciarti andare così, nel modo in cui l’ha fatto, e se è riuscito a passare sopra a tutto quanto così velocemente, allora ti viene da pensare: “Chi sono io per restare ferma qui mentre lui è già venti caselle più avanti, e probabilmente ha già cambiato anche gioco?”. Tu magari stai pensando a ciò che hai sbagliato. Per te gli esami di coscienza sono all’ordine del giorno ormai. Ma lui?

Sì, i ricordi ti tirano indietro nel meraviglioso passato, ma la ragione prova a resistere a quella botta di emotività e nostalgia che portano con sé. E finisce che sei amareggiata, perché ora sai come stanno le cose. Fai fatica ad illuderti di nuovo, perché riesci a vedere anche i lati negativi adesso. E dopo averli visti, non puoi più tornare nell’idillio dei ricordi felici e far finta che il principe azzurro non abbia difetti. Non puoi, sarebbe sbagliato.

Dove diavolo sei finita? Nel Purgatorio. Con un angelo su una spalla e un diavolo su un’altra. Sei tra due fuochi.

Sì, ma stai sicuramente andando nella direzione giusta, te lo senti. Starai anche andando più lenta rispetto a chi ti ha già “superata” da una pezzo ed è molto avanti, ma ognuno ha i suoi tempi. Una casella alla volta. E mai guardare indietro, o finiremo col diventare delle statue di sale come la moglie di Lot.

Tienimi la mano 

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Avrei dovuto immaginarlo, che tutto va e che tutto viene. Che nulla è per sempre (che frase scontata) e che anche la quercia più duratura è destinata a morire.

Avrei dovuto immaginarlo, che in questo mondo nessuno ci mette niente a toglierti il saluto e a sparire dalla tua vita. Che ormai il rispetto nei confronti dell’altro è sottovalutato quanto il sole che sorge la mattina: nessuno ci dà grande importanza, ma quando lo si vede si rimane sempre meravigliati.

Avrei dovuto immaginarlo che più dai e più ti metti a nudo in ciò che sei, e più ti rimarrà un sapore di amaro in bocca. Ed è brutto, perché quel saporaccio e quella sensazione di vuoto tra le mani, vuoto nella testa, vuoto sotto i piedi, vuoto che nessuno sembra essere in grado di colmare, anche se poi compare con meno frequenza, lo si continua a sentire ancora. E fa male.

È dura vivere nel mondo della fantasia e di colpo essere scaraventati nel mondo reale, eh? Perché quando hai qualcuno accanto che ti alleggerisce e addolcisce la vita con la sua presenza, non stai vivendo nella “vera” realtà. Non sei lucido. La percezione che hai delle cose passa inevitabilmente attraverso ciò che senti nel cuore. E il cuore è tutto fuorché razionale. Distorce ciò che ti circonda, e ti fa girare come uno stupido con indosso un paio di occhiali rosa a forma di cuore.

Quando poi, il cuore viene ferito, perché il cuore è ingenuo e sprovveduto, le facoltà percettive passano al cervello e tutto si fa più razionale. Pian piano quel manto accogliente che ti avvolgeva e riscaldava dal freddo dell’inverno inizia a scivolare via, e inizi a percepire il gelo della realtà circostante. Non porti più quei bellissimi, e maledetti, occhiali rosa. Capisci che tutto a questo mondo è una ridicola barzelletta, e tu devi “solo” imparare a ridere se non vuoi passare il resto dei tuoi giorni a piangere per quell’incomprensibile scherzo che è la vita.

Ridi per non piangere insomma.

Sì, ma come fare? Come fare ad abituarsi a continui mutamenti? Le persone cambiano, e va bene; Va bene crescere, va bene cambiare opinione sulle cose, ma perché di conseguenza deve cambiare anche il rapporto tra due persone che hanno detto di Amarsi? Perché quelle persone non possono cambiare insieme? Perché in questo lungo percorso, che è già abbastanza difficile di per sé, bisogna in continuazione lasciarsi la mano e dividersi in un bivio?

Se ne incontreranno molte di mani.

Tenersi per mano e passeggiare, tenersi per mano e stringersi forte, tenersi per mano e amarsi, gioire, soffrire, vivere. Le mani…che belle. Tutto passa attraverso le mani. Alcune ci prenderanno alla sprovvista, altre ci afferreranno con una forza mai percepita prima, altre le sentiremo scivolare via lentamente, da alcune non vorremmo più separarcene, ma sappiamo, che prima o poi, le perderemo.

Tutto finisce.

Ma in questo continuo evolversi che sembra non avere mai fine, io voglio solo imbattermi in una mano che non mi lasci mai.

Ricordare o dimenticare?

 

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Il passato, per fortuna o per sfortuna, è una parte indelebile che ci appartiene a pieno titolo. Se oggi siamo chi siamo è perché esso ci ha formati e ci ha resi tali. Il problema, è che questo passato non è mai veramente “passato”, e si ripresenta a intermittenza sotto forma di quella cosa che chiamiamo “ricordi”. Essi possono però essere una maledizione, se legati a una situazione che si è poi sviluppata nel tempo in maniera negativa. Se vi è stato un trauma, una sorta di cesura radicale che ha costretto la nostra nave a modificare la propria rotta, allora, i ricordi legati al “pre-trauma” possono provocarci molto dolore e l’unica cosa che vorremmo sarebbe poterli dimenticare.

Questo, però, non è possibile.

Puoi tentare di vivere le tue giornate al massimo, di distrarti in mille modi e fare talmente tante cose da andare a letto la sera e non sapere più come ti chiami, puoi reinventarti ogni giorno e cambiare la “faccia” che vuoi mostrare al mondo, ma ciò che hai dentro persisterà di fronte a qualsiasi trauma; Non è materiale eliminabile.

Vi è poi da dire che il ricordo è subdolo e manipolatore. Ha il potere di distorcere la realtà delle cose, mostrandoci il passato come qualcosa di meraviglioso e irraggiungibile, spesso eludendo le parti negative; Perché, chiariamolo, c’è sempre qualcosa di negativo che non ci è mai andato giù fino in fondo, e va bene così. Se in quel momento si è felici, allora si accettano anche le imperfezioni della favola in cui si vive.

Convivere con questo passato è una sfida che ogni giorno bisogna mettere in conto, ma ACCETTARE che questo passato sia tale, è il passo più difficile da fare. Troppo spesso, infatti, ci illudiamo che le cose possano cambiare e che ciò che è stato possa ritornare e prendersi il posto del presente, intriso di tristezza e nostalgia. Questo “tuffo nel passato” che momentaneamente ci fa stare bene, ci rassicura, a lungo andare può però diventare logorante. Ci mangia tutto quello che abbiamo dentro e non ci permette di fare alcun progresso, perché sullo scacchiere rimaniamo paralizzati, senza procedere.

Per avanzare c’è solo una maniera, accettare.

Accettare tutto quello che viene, anche la parte brutta, anche la sofferenza, accettare di lasciar andare. Niente può tornare indietro. Non puoi modificare ciò che è stato, non siamo perfetti. Accettalo, e lascia quelle redini che tieni strette nelle mani con tanta forza.

In questo processo di depurazione, non ascoltare gli altri, non farti influenzare da ciò che dicono e da quelle notizie che potrebbero farti cadere di nuovo nel baratro. Devi solo guardare avanti. Perché proprio in questi momenti di fragilità, dare una sbirciata in quella scatola potrebbe essere letale. Non buttarla però: è piena di cose stupende e forse un giorno le saprai apprezzare, e saprai accettare che non apparterranno più alla persona che sarai diventata.

 

 

 

 

GrandArt, Milano 9-12/11/2017

Ieri sono stata a GrandArt, la prima edizione della fiera di arte moderna e contemporanea tenutasi a Milano (una sorta di esposizione parallela alla già conosciuta MiArt) dal 9 al 12 novembre.

Già il luogo dell’esposizione, il The Mall, in piazza Lina Bo Bardi, ti fa entrare in contatto con la “nuova” Milano, ovvero quella Milano che negli ultimi anni è stata completamente trasformata dalla costruzione dei nuovi grattacieli, e che è diventata ormai uno dei poli principali dal punto di vista culturale, mondano, e in cui si respira un clima da città “internazionale” e all’avanguardia.

Arrivando a parlare della fiera, la quantità degli stand, di gallerie italiane e non, e la quantità di opere in esposizione era veramente incredibile. Molte opere e molti artisti (il loro nome li precede e spesso sono più famosi delle opere stesse) erano conosciutissimi e per me, che studio Storia dell’arte, sono stati già visti e rivisti nei famosi “manuali d’arte”. Si potevano trovare artisti della pop art americana come Lichtenstein  e Andy Warhol, artisti italiani del ‘900 tra cui Massimo Campigli e Ottone Rosai, altri nomi come quello di De Pisis, Arnaldo Pomodoro, Afro, i futuristi Balla e De Pero (l’ordine delle citazioni è puramente casuale ovviamente), e molti altri nomi. Poter guardare dal vivo opere che ormai sono diventate, anche nell’immaginario collettivo, dei capisaldi dell’arte moderna e contemporanea, fa sempre un certo effetto, e passeggiando per la fiera ti ritrovavi circondato da capolavori meravigliosi.

Molte altre gallerie si concentravano invece su un panorama artistico più recente, proponendo opere di artisti non così conosciuti, ma che allo stesso tempo si sono rivelati delle belle scoperte. Data, appunto, la poca notorietà dei loro nomi, segnalerò alla fine dell’articolo una serie di autori che mi sono rimasti impressi accostandoli direttamente alle loro opere in esposizione, in modo tale da evitare di elencare nomi praticamente sconosciuti ai più (anche alla sottoscritta).

Le opere in esposizione comprendevano opere pittoriche, scultoree e fotografiche, di qualsiasi genere e materiale; inoltre molte di esse proponevano tecniche davvero particolari (ad esempio un’opera era stata realizzata su “tela emulsionata”, che per quanto mi è stato spiegato sarebbe una sorta di serigrafia su tela). Insomma, la varietà delle opere in mostra ti permetteva di farti un’idea davvero molto accurata di tutto il panorama artistico, partendo appunto da autori di fine 1800 ad altri che svolgono la loro attività attualmente. Devo ammettere che mi ha fatto un certo effetto notare come sotto alcuni quadri/sculture, la datazione riportata fosse proprio del 2017 o di qualche anno fa. Siamo sempre soliti considerare i grandi capolavori come qualcosa che appartiene al passato piuttosto che al presente, perché “ha fatto storia” in un certo senso. Sarà infatti il tempo a decretare il successo o meno di un’opera o di un’artista. Girando per la fiera, forse, molte persone avranno guardato con meno interesse alcuni quadri così attuali e poco conosciuti; Ma pensiamoci, magari proprio quell’opera, fra un po’ di tempo, quando ormai sarà considerata più datata, diventerà un capolavoro assoluto. Bisogna quindi cercare di dare la giusta importanza anche alle opere dei giorni nostri, nonostante non sia sempre così facile; Proprio per questo trovo che sia davvero complesso il lavoro del gallerista: come si fa a saper riconoscere un’opera d’arte?

In conclusione, nonostante fossi andata a visitare la fiera durante l’ultimo giorno di esposizione, è stato bello constatare la consistente affluenza di pubblico, e speriamo che questo buon risultato possa portare a molte altre edizioni di GrandArt.

Propongo adesso una serie di immagini di opere scattate da me durante la visita che mi hanno interessato particolarmente, buona visione (per quel poco che possano rendere in fotografia ovviamente) :

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(disposizione casuale di opere e artisti)